Arthur Schopenhauer

Come ricorda Giovanni Piana nei suoi Commenti, il tipico ritratto di Arthur Schopenhauer (Danzica 1788, Francoforte 1860), uno dei più celebri filosofi dell'ottocento, è quello del risoluto irrazionalista, il teorico del pessimismo che riprende da antiche fonti, dalla mistica europea, ma anche dall'antica sapienza del pensiero filosofico e religioso indiano, i temi del distacco ascetico dal reale; oppure, seguendo l'interpretazione di Giörgy Lukács, quello di uno dei massimi responsabili della svolta «reazionaria» della «filosofia borghese», figlia della disillusione successiva alla sconfitta dei moti del 1848.

Quest'immagine stereotipata, però, non rende affatto conto della fortuna che il pensiero di Schopenhauer ha riscontrato negli ambiti più diversi e inaspettati.

A partire dagli anni '70, in particolare, la filosofia di Schopenhauer ha trovato nuovi estimatori anche all'interno del movimento animalista. Peter Singer pur non risparmiandogli critiche per l'incoerenza nel non aver abbracciato una dieta vegetariana (“quando scrivevano Schopenhauer e Bentham, la macellazione era una faccenda ancora più orribile di quanto non lo sia oggi”) nel suo “Liberazione animale” evidenzia come nel pensiero del grande filosofo tedesco gli animali ricevano in effetti inedita attenzione.

In Rete è facile trovare citazioni di Schopenhauer in siti animalisti o antispecisti, vegetariani o vegani. La voce italiana di Wikipedia a lui dedicata, significativamente tra tutti i possibili aspetti del suo pensiero, riserva un paragrafo specifico esclusivamente alle sue riflessioni sugli animali. I suoi aforismi ricorrono frequentemente anche negli slogan, nei volantini o negli articoli di molti attivisti. Schopenhauer è a volte persino incluso, erroneamente, nella galleria delle celebrità vegetariane.

Schopenhauer in effetti non è mai stato vegetariano. Era una buona forchetta (“certo mangio per due, ma penso anche per due” sentenziava) e mangiava carne. Del resto in una nota al §66 del Libro Quarto del suo celebre “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione” vi si trova un'esplicita presa di posizione a favore dell'alimentazione carnea: “il diritto dell'uomo sulla vita e sulle forze degli animali si poggia sul fatto che, salendo il dolore di pari passo con la chiarità della coscienza, il dolore che l'animale soffre per la morte o per il lavoro non è tanto grande come quello che l'uomo soffrirebbe sol per la privazione del cibo carneo o della forza animale”.

In questa nota, a dire il vero, traspare più che un'argomentazione filosofica, un vero e proprio pregiudizio . Del resto, è tipico degli scritti di Schopenhauer, soprattutto di quelli successivi al “Mondo”, alternare momenti alti, seri e profondi, con cadute imbarazzanti in luoghi comuni o idiosincrasie.

Una prima considerazione da fare, dunque, come ben evidenzia Giovanni Piana, è che nell'affrontarne il pensiero si può facilmente cadere in semplificazioni ed in interpretazioni unilaterali, che possono portare, come nella vicenda del suo presunto vegetarismo, a letture frettolose che non aiutano certo a coglierne la profondità di riflessione. Quello che si può dire, sulla base della sua biografia, è che Schopenhauer aveva più che altro una particolare passione per i cani (le pareti della sua camera da letto erano ornate dai loro ritratti). Condivideva, in particolare, l'affermazione dello spagnolo Larra, riportata nei suoi “Parerga e Paralipomena” secondo cui, “chi non ha tenuto con sé un cane, non sa cosa sia amare ed essere amato”. Schopenhauer amava in particolare la compagnia dei suoi cani barboni, uno dei quali l'aveva significativamente chiamato Atma: “anima del mondo”. A Francoforte, durante gli ultimi anni della sua vita, veniva indicato come “il vecchio con il bastone che passeggia sempre con un cane bianco”. Così quando ormai, dopo una vita nell'anonimato, era diventato una celebrità, tra la nobiltà e la ricca borghesia di Francoforte diventò persino di moda accudire e passeggiare con barboncini per emulare il “Buddha d'Occidente”.

Prendere il suo “amore per i cani” come giustificazione della sua fortuna in ambito animalista sarebbe comunque fuorviante: non è quasi mai una buona idea attingere dalla biografia di un filosofo per spiegarne l'influenza del pensiero.

Nel caso di Schopenhauer l'interesse suscitato in ambito animalista è chiaramente dovuto a ragioni interne alla sua filosofia.

A detta dello stesso Schopenhauer, tutta la sua filosofia deriva da un unico pensiero, già esplicitamente formulato nel titolo della sua opera più famosa: il mondo è, ad un tempo, volontà e rappresentazione. In particolare, addentrandoci in quello che Giovanni Piana ha chiamato il “sogno metafisico” di Schopenhauer”, la realtà è, nella prospettiva atea del filosofo tedesco, manifestazione di un unico principio immanente: un cieco impulso privo di finalità: la volontà di vivere. Tutti gli esseri condividono quindi la medesima essenza. L'uomo, da questo punto di vista, non è affatto diverso dagli altri animali.

La volontà è “ciò che è più addentro, il nucleo di ogni cosa particolare altrettanto che del tutto; si manifesta in ogni cieca forza di natura, si manifesta anche nell'agire meditato dell'uomo; la grande differenza tra queste due cose concerne solo il grado del manifestarsi; non l'essenza di ciò che si manifesta”. D'altra parte, l'uomo, secondo Schopenhauer, pur condividendo con tutti gli altri esseri la stessa intima essenza, possiede una facoltà esclusiva: la ragione. Quest'ultima viene contrapposta da Schopenhauer all'intelletto, che invece tutti gli animali possiedono. La ragione è la capacità d'astrazione, d'argomentare, di formare concetti e stabilire relazioni tra essi. Invece “l'intelletto è in tutti gli animali e in tutti gli uomini il medesimo, ha sempre la stessa semplice forma: conoscenza della causalità, passaggio dall'effetto alla causa e dalla causa all'effetto”. Secondo Schopenhauer, comunque, né l'intelletto, né tanto meno la ragione sono “l'essenza intima, vera e indistruttibile dell'uomo”, ma appunto la Volontà; e l'uomo fondamentalmente vuole quello che vuole ogni animale: “vale a dire esistere, star bene, vivere e riprodursi”.

Da un punto di vista più generale, quindi, l'uomo si differenzia dall'animale solo per il grado con cui la volontà di vivere si manifesta: egli è la “più chiara e perfetta obiettivazione” della Volontà. E' “il vero specchio del mondo”. Nell'uomo la Volontà, questo impulso cieco e senza scopo, arriva alla piena coscienza di sé.

Nel pensiero di Schopenhauer, quindi, si trovano compresenti sia la tesi dell'unità, di conseguenza della vicinanza tra uomo e animale (come del resto tra uomo e qualsiasi altro elemento della natura), sia la tesi della sua unicità: ogni manifestazione della Volontà è intimamente legata all'altra.

L'unicità dell'uomo non ne comporta affatto lo sradicamento dal resto del mondo naturale, nessuna netta contrapposizione. L'uomo fa parte della grande pianta della natura. Ne rappresenta l'ultima propaggine: il fiore dell'autocoscienza. Se la volontà, nell'uomo, arriva alla sua piena coscienza di sé, questo non vuol dire che l'uomo non sia strettamente legato a tutti gli esseri, anche a quelli privi di coscienza. “[...] Essi agiscono [...] secondo le leggi della loro natura, ossia della loro volontà. Le piante hanno al massimo qualcosa di debolmente analogo alla coscienza, gli animali più bassi ne hanno appena un barlume. Ma anche dopo che essa, attraverso tutta la serie degli animali, è salita fino all'uomo e alla sua ragione, l'incoscienza della pianta, da cui essa è scaturita, rimane ancora la sua base, e la si può avvertire nella necessità del sonno[...]”

Il sogno metafisico di Schopenhauer, il grande tema della Volontà, è quindi innanzitutto un modo particolare di vedere la natura, che ne pone al centro il vivente e che propone poi di considerare il fatto stesso del vivere come qualcosa che è voluto, sebbene secondo gradi diversi di consapevolezza.

Oltre al vitalismo, riassumibile nella formula: “la volontà sempre vuole la vita”, alla natura appartiene anche, secondo Schopenhauer, un vero e proprio demonismo, riassumibile dalla terribile immagine di una natura in cui si riversa una fame insaziabile, della vita universale come un pasto immane, in cui tutti divorano tutti. “In tal modo la volontà di vivere divora perennemente se stessa, ed in diversi aspetti si nutre di sé”.

Nulla, quindi, vi è di più lontano dalla filosofia di Schopenhauer di una natura idealizzata: della contrapposizione manichea tra la malvagità umana e la bontà animale. L'egoismo “ è proprio di ogni cosa nella natura”. Certamente “l'uomo è il grande egoista”. In lui “deve anche l'egoismo, come la conoscenza, il dolore, la gioia aver toccato il vertice più alto, e deve nel modo più terribile palesarsi il contrasto degli individui, da esso determinato”. L'unità tra uomo e natura porta dunque Schopenhauer a cogliere nella natura le stesse radici dell'egoismo presenti nel più alto grado nell'uomo. La “lotta universale raggiunge “ già “ la più chiara evidenza nel mondo animale”. Schopenhauer riconosce “la stessa lotta, la stessa violenza egualmente nei gradi inferiori dell'obiettità della volontà”. A sostegno di questa tesi Schopenhauer riporta diversi esempi, tra cui quello riguardante il comportamento di certi insetti, gl'icneumoidi, i quali “depongono le uova sulla pelle o addirittura nel corpo delle larve d'altri insetti, la cui lenta distruzione è il primo compito del vermiciattolo uscito dall'uovo”.

L'egoismo universale discende dallo stesso principio fondamentale della filosofia di Schopenhauer: ogni essere se da una parte è manifestazione diretta della volontà di vivere, dall'altra conosce tutto il resto mondo solo come sua rappresentazione. “Ogni individuo conoscente è adunque in verità, e si riconosce per tale, tutta intera la volontà di vivere, ovvero l'in-sè del mondo medesimo […] E' per conseguenza un microcosmo, che s'ha da valutare egualmente come il macrocosmo […] Ora […] si spiega come ogni individuo, per quanto infinitamente piccolo nello sterminato mondo e quasi evanescente nel nulla, si faccia nondimeno centro dell'universo, la propria esistenza e il proprio benessere consideri innanzi a ogni altra cosa, anzi, dal punto di vista naturale, ogni altra cosa sia pronto a sacrificare a codesta esistenza” Quando Schopenhauer scrive d'egoismo, parte dalla constatazione che ogni essere conosce se stesso, i suoi impulsi, i suoi desideri prima di qualsiasi altra cosa. Ogni singolo vive, vuole vivere e vuole vivere completamente innanzitutto la propria esistenza individuale.

A partire da questo egoismo universale, occorre ora rileggere il celebre tema della compassione, così importante anche per comprendere l'influenza del pensiero di Schopenhauer sul movimento animalista.

La compassione, il cui termine tedesco è Mitleid, significa letteralmente patire insieme, dunque partecipare alle sofferenze altrui facendole proprie.

L'individuo che prova compassione, “si persuade, che la distinzione tra lui e gli altri, la quale è per il malvagio un sì gran abisso, è in realtà prodotta da un effimero, illusorio fenomeno: conosce, direttamente e senza bisogno di sillogismi, che l'in sé del suo proprio fenomeno è pur quel dell'altrui, ossia è quella volontà di vivere, che costituisce l'essenza di ogni cosa e in tutto vive; conosce, anzi, che quest'essenza si estende fino agli animali e alla natura intera: perciò non tormenterà mai un animale”.

Una prima osservazione che val la pena di fare quindi è che a fianco della tesi dell'universalità naturale dell'egoismo, vi è anche la possibilità del suo superamento nell'altruismo. L'altruismo non nasce comunque da sovrastrutture concettuali, da ragionamenti o filosofemi. “La virtù non si insegna, più che non si insegni il genio […] Altrettanto stolti saremmo nell'attenderci, che i nostri sistemi morali e le nostre etiche suscitassero uomini virtuosi, nobili e santi, come nel chiedere alle nostre estetiche di suscitare poeti, scultori, musici[...] Con etiche, conferenze o prediche non si fabbrica un virtuoso, più di quanto tutte le estetiche, a cominciare da quella di Aristotele, abbiano mai fabbricato un poeta”.

La compassione è quindi una possibilità, un sentimento, in un certo senso, naturale, la cui origine risulta, in definitiva, misteriosa. Schopenhauer non nega certo l'importanza dell'educazione, o dell'abitudine, o dell'esempio; ma quello che vuole rimarcare è che il sentimento della compassione, lo scatto ultimo che porta al gesto altruistico può non accadere, malgrado tutto. Schopenhauer non nasconde mai il lato oscuro della vita o della realtà umana, la possibilità della sconfitta, dell'errore, o peggio ancora dell'orrore; la realtà del male.

Secondo Schopenhauer il più ostinato degli ottimisti dovrebbe essere obbligato a fare un pellegrinaggio attraverso “gli ospedali, i lazzaretti o gli ambulatori chirurgici; attraverso le prigioni, le camere di tortura, gli ergastoli; sui campi di battaglia e sui luoghi del supplizio; schiudiamogli i tetri tuguri dove la miseria si nasconde agli sguardi dei curiosi indifferenti, facciamolo entrare nella prigione del conte Ugolino, nella torre della fame...”. Alla compassione si può quindi contrapporre la malvagità, il suo completo ribaltamento:il provare soddisfazione per il patimento altrui. Così come ci sono gli egoisti, ci sono gli altruisti, ma anche, secondo Schopenhauer, i malvagi. La compassione, in ogni caso, non è un sentimento suscitato solo dall'incontro con il dolore e la sofferenza umani. Anche quella animale ci può smuovere, mostrare l'altro, come un Noi: rompere le catene dell'egoismo. Ne “Il fondamento della morale”, polemizzando con Kant, Schopenhauer scrive: ”la vera morale è offesa dall'affermazione […] che gli esseri privi di ragione (cioè gli animali) siano cose e quindi debbano essere trattati soltanto come mezzi che non sono anche fini”. Sostenere come fa l'etica tradizionale che noi non abbiamo doveri diretti nei confronti degli altri animali è, secondo Schopenhauer, inammissibile. Per Kant, scrive ancora Schopenhauer “«il trattamento crudele degli animali è contrario al dovere dell'uomo verso se stesso, perchè smorza nell'uomo la compassione per le loro sofferenze, indebolendo così una naturale disposizione molto utile per la moralità nei rapporti con altri uomini». Dunque, bisogna avere pietà verso gli animali soltanto per esercizio, essi sono, per così dire, il fantasma patologico per l'esercizio della pietà verso gli uomini. Secondo me e secondo tutta l'Asia non islamizzata (cioè non giudaizzata), siffatte affermazioni sono rivoltanti e abominevoli”

Il fatto che un animale sia privo di ragione non è un un buon motivo per non considerarlo degno di rispetto morale. L'etica cristiana, e in generale tutta l'etica occidentale, invece, “conosce e considera soltanto la propria preziosa specie il cui segno, la ragione, le è condizione perché un essere sia oggetto di considerazione morale”; ma la tesi che solo la nostra specie sia degna di rispetto è frutto di un grave pregiudizio: è, per usare un espressione che Schopenhauer non usa nelle sue riflessioni, ma che è in esse chiaramente implicito, frutto di un pregiudizio specista.

“Bisogna avere tutti i sensi ottusi o essere totalmente cloroformizzati […] per non vedere che nell'animale e nell'uomo, l'essenza principale è la stessa“. Così come l'uomo, anche ogni animale ha il suo tipo di coscienza, la sua sensibilità, il suo “Io”.

“E' giunta l'ora di porre fine in Europa alla concezione ebraica della natura, almeno riguardo agli animali, e di riconoscere, risparmiare e rispettare in quanto tale l'eterna essenza, che, come in noi, vive anche in tutti gli animali”.